Brexit: la necessità di tutelare 3,4 miliardi di export alimentare

Da quanto scaturito dalle ultime elezioni in UK la Brexit è ormai una realtà. L’uscita del Regno Unito dall’UE è imminente e con essa emerge il rischio per l’agroalimentare italiano: un export del valore di 3,4 miliardi da tutelare.

L’accordo che non c’è

 Il risultato elettorale nel Regno Unito ha fatto finalmente chiarezza sui tempi della Brexit: la vittoria di Boris Johnson ha confermato che la Brexit ci sarà ed avverrà entro il 31 gennaio. L’accordo di recesso a cui sono arrivati Bruxelles e Londra prevede un primo periodo transitorio che durerà fino al 31 dicembre 2020, durante il quale al Regno Unito continueranno ad essere applicate le regole UE. In tale periodo partirà parallelamente il negoziato sulle future relazioni commerciali con l’obiettivo di definire una chiara area di libero scambio.

Rimane quindi ancora un’incognita quel che verrà deciso riguardo la tutela dell’export del Made in Italy agroalimentare. È grande la preoccupazione a riguardo, poiché, come evidenziato dal capo negoziatore della UE, Michel Barnier, la durata del periodo transitorio non sembra essere sufficiente per il raggiungimento di un accordo ed il Primo ministro britannico ha dichiarato di non essere disponibile ad una proroga.

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Quel che rischieremmo sarebbe il ritorno delle frontiere tra UE e Regno Unito, con il ripristino di dazi e controlli sulle merci. Quella che potremmo definire a tutti gli effetti una “hard Brexit” a scoppio ritardato.


Il pericolo dei dazi

Come ha sottolineato Coldiretti, si rivela fondamentale evitare l’arrivo di dazi ed ostacoli amministrativi e doganali alle esportazioni Made in italy, risultate stagnanti nel settore agroalimentare, probabilmente a causa del progressivo rafforzamento della sterlina nel secondo semestre del 2019. Altro punto a destare preoccupazione è la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (DOP e IGP) che rappresentano il 30% del totale dell’export agroalimentare italiano e che, senza la tutela europea, rischierebbero di subire un duro colpo da parte della concorrenza sleale dei prodotti di imitazione e contraffazioni da Paesi extracomunitari.


Brexit ed export agroalimentare
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La Gran Bretagna si classifica al quarto posto tra i partner commerciali italiani per cibo e bevande dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Con l’uscita dell’UK dall’Unione Europea inizia a crescere il rischio che si instauri in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane, come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo, la quale si sta diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che boccerebbe ingiustamente l’85% dell’eccellenza agroalimentare italiana, inclusi moltissimi prodotti a denominazione di origine.

Dopo il vino, che sul mercato britannico ha fatturato complessivamente quasi 827 milioni di euro, spinto dal boom che il Prosecco DOP ha avuto con ben 348 milioni di euro fatturati, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari Made in Italy più venduti in Gran Bretagna c’è l’ortofrutta fresca e trasformata, come i derivati del pomodoro con 234 milioni; rilevante è anche il ruolo di pasta, formaggi ed olio d’oliva. Da citare anche l’importante flusso generato da Grana Padano e Parmigiano Reggiano, che raggiungono un valore di 85 milioni di euro.

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Altro ramo che potrebbe risentire della Brexit è il settore risicolo: l’Italia è il primo esportatore comunitario con poco meno della metà delle esportazioni Ue in Gran Bretagna, terza destinazione comunitaria. Ad oggi circa il 15% del riso importato in UK è Made in Italy. La Brexit, soprattutto se attuata senza accordo e clausole transitorie, potrebbe dunque incidere negativamente sul mercato del riso italiano che, con i soli primi 4 paesi importatori copre il 40% del totale ed in UK potrebbe essere sostituito dai grandi esportatori mondiali.

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